Diciotto anni dopo: perché un viaggio a Sud è sempre un viaggio dentro se stessi.

Se ad un esperto del Cinema o al semplice appassionato e curioso della settima arte, venisse in mente di ricercare in rete tutti i film realizzati in Calabria, si troverà difronte ad enormi difficoltà. Difficoltà che ho incontrato anch’io nel reperire il materiale per scrivere questo articolo. E questo avviene perché principalmente, la maggior parte delle opere, risultano oggi del tutto irreperibili.

Se dal 1949 al 1967 -rispettivamente anni del Patto col Diavolo del regista Luigi Chiarini scritto da Corrado Alvaro (primo film ambientato in Calabria) e Una rete piena di sabbia di Elio Ruffo– vi è una sorta di continuità nell’adoperare questa terra del Sud, dagli anni ’70 sino ai primi anni ’90 questa abitudine non solo è andata affievolendosi, ma i casi diventano sempre più sporadici ed esigui, tanto che bisogna svolgere ricerche più dettagliate e fitte sul territorio.

Con gli anni 2000 invece, si ritorna a prendere in considerazione la regione con lavorazioni -per piccolo o grande schermo- totalmente o parzialmente realizzate in località calabresi. Uno di questi casi è Diciotto anni dopo dell’attore e regista Edoardo Leo.

Il film prodotto dalla Dap S.r.l. e distribuito dalla Eagle Pictures il 4 giugno 2010, vede fra gli altri interpreti: Marco Bonini (Genziano), Sabrina Impacciatore (Mirella), Eugenia Costantini (Cate), Gabriele Ferzetti (Enrico) e Vincenzo Marchioni (Avvocato).

Edoardo Leo oltre a realizzare la regia ed interpretare Mirko, uno dei due protagonisti, ne firma anche la sceneggiatura con Marco Bonini e Lucilla SchiaffiniLa storia è ambientata fra Roma, Londra, Palmi, Scilla e la costa tirrenica della Calabria.

Nelle prime due inquadrature vi è condensato già tutto il film: il suono delle onde -che bagnano degli occhiali da sole da donna rotti- va a perdersi e dissolversi nel respiro pesante ed addormentato di Mirko.

Il resto della storia ruota intorno a questi tre elementi: gli occhiali che celano il dramma, Mirko che da diciotto anni è chiuso nei suoi silenzi o meglio balbettii e quel mare sullo sfondo che poco alla volta avanza.

L’opera di Leo è già ricca di quelle commistioni fra i generi della commedia e del drammatico che vanno quasi a definirsi come marchio di fabbrica dell’artista romano e che ben si perfezioneranno nelle sue opere a seguire.

Attraverso “Diciotto anni dopo” Edoardo Leo non solo ci narra i dissapori e le incomprensioni tra i fratelli Mirko e Genziano, che si comportano come ragazzini che si tengono il muso e non hanno voglia di crescere, ma riesce -nonostante i personaggi protagonisti non siano originari del Sud- a cogliere l’essenza dell’essere calabrese.

Il calabrese è esattamente come la terra su cui abita: aspro ed intenso. Il calabrese è totalmente incapace di esprimere i propri sentimenti perché li dà per scontati, come non ci fosse bisogno di esprimerli; per il calabrese “va tutto bene” e “niente, non c’è niente”. Il calabrese è ancora incompreso, perché incompiuto come le innumerevoli costruzioni del non-finito che compaiono ovunque. I calabresi sono come la sequenza che viene mostrata nel film al minuto 1:08:22, binari paralleli che l’orgoglio e la testardaggine non fanno incontrare oppure, come nella scena del cimitero a Scilla, dove i protagonisti vanno su per la scalinata in quella che é un’immagine speculare con punti di contatto.

Tutt’intorno vi è un’aria quasi sospesa, fatta di erba gialla bruciata dal sole, un blu intenso che avvolge ogni cosa e quella luce che più si va a sud e più diventa morbida. È un paesaggio che diviene protagonista poco alla volta, a piccoli passi e si pone in attesa, come un innamorato che aspetta.

E siccome un viaggio a Sud equivale sempre ad un viaggio dentro se stessi, dove è necessario esprimere sentimenti e riacquistare la parola, ecco che si fa avanti l’acqua di mare che si pone come un gioco, rinfresca, lava, purifica e restituisce a nuova vita.

Trailer del film su Mymovies: http://www.mymovies.it/film/2010/18annidopo/trailer/

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