Napoli Velata e quel “tocco” alla Ozpetek.

Sin dalla sua nascita, la “settima arte”, ha inseguito quasi utopisticamente l’idea di cinema totale.

Lo psicologo della percezione Rudolf Arnheim, che nel 1932 in un suo famoso saggio –Film als Kunst– mostrò che il cinema non è meccanica riproduzione del mondo, e tanto meno riproduzione totale, ma è linguaggio e arte proprio a causa delle sue deficienze: il bianco e il nero, il colore imperfetto, i limiti dello schermo, la bidimensionalità, l’immobilità dello spettatore, l’impossibilità di vedere tutto, sono i limiti che costringono gli autori a fare delle scelte e in queste scelte, in questi difetti consiste proprio la espressività dell’uomo. Al sogno di un cinema totale che avrebbe prodotto un doppio nel mondo, Arnheim contrapponeva il concetto di cinema come arte, che proprio nei limiti della macchina trova lo spazio per la poesia. Arnheim è il primo dei teorici consapevoli che il cinema non è una riproduzione del reale, ma soltanto una sua rappresentazione. [da treccani.it]

Eppure, Ferzan Ozpetek con il suo ultimo lungometraggio – Napoli Velata – si avvicina tantissimo a questa idea di “riproduzione del reale”. Il film è tutto condensato nei primi 15minuti iniziali: minuti dove quasi si stenta a riconoscere la manifattura di Ozpetek. In quel quarto d’ora ci viene quasi da chiedere: «perché ha deciso di mostrarmi questo? E perché in questo modo?». Sembra quasi un’opera lirica, un qualcosa alla Puccini con tanto di note pedali e accordi in minore che “puzzano” di tragedia imminente (non dimentichiamoci che Ozpetek è stato anche regista di opere verdiane in teatro!).

Poi il tutto si sdoppia, ogni medaglia mostra il suo lato nascosto: la maschera disegnata sul volto di Beppe Barra si trasforma in vera maschera e reperto archeologico; un atto d’amore rude (capiremo poi il perché) viene mitigato e addolcito dalla bellezza dell’amore in arte; gli occhi assenti divengono gli sguardi di tutti; il dolore sepolto riaffiora per rinnovarsi e ingigantirsi; sorrisi d’affetto mostrano la loro malvagità; i vuoti si riempiono ed i pieni si svuotano.

A poco a poco Ozpetek “svela” la trama e le sue sottotrame. Ciò che si credeva amore impetuoso non è altro che un qualcosa di malato e che ammala, riducendo la protagonista -splendida Giovanna Mezzogiorno– all’incapacità di chiedere aiuto esplicitamente, pur riuscendoci alla fine. La bramosia dell’avere spingono taluni ad atti impensabili. Il rimorso non fa altro che logorarci e gli “atti dolorosi”, sono quasi di per se contro natura.

Ozpetek riesce a mostrarci Napoli senza inciampare nello stereotipo: chi si aspetta di trovare vicoli violenti, cibo trangugiato, cornetti portafortuna, urla nei bassi ed altri aspetti folklorici rimarrà deluso. Qui Napoli è quasi silenziosa eppure fragorosa fra le voci che la contraddistinguono senza essere mai sguaiata; è cultura storica e tradizione; è “non ci credo ma non si sa mai” e ancora Napoli è sia finzione quanto verità perché, come diceva Eduardo, «Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male».

Tutti questi elementi rendono Napoli Velata un film ipnotico e complesso e il tutto viene accentuato dalla presenza di alcuni elementi che rievocano particolari di tutta la filmografia ozpetekiana:

i vapori come ne Il bagno turco
una sorta di harem come in Harem Suare
le polpette ed il museo come ne Le fate ignoranti
il cibo come manifestazione di un disturbo psichico come ne La finestra di fronte
un omicidio-suicidio come in Cuore Sacro
i corridoi dell’obitorio come in Saturno Contro
la violenza di un sentimento degenerato come in Un giorno perfetto
la saggezza e le frasi pungenti come in Mine Vaganti
i fantasmi come in Magnifica presenza
il voler rimanere aggrappati alla vita come in Allacciate le cinture
ed in fine, i volti i suoni e le passeggiate nei vicoli come in Rosso Istanbul

Ferzan Ozpetek è tutto questo e molto altro e soprattutto, riesce ogni volta ad assestarti un cazzotto alla bocca dello stomaco con un’eleganza e un tatto disarmanti, senza mai essere volgare. Il suo “tocco” alla regia è una carezza che avvolge tutto.

Geniale la rielaborazione dell’idea di flashback, nella sequenza in cui il personaggio della zia –Anna Bonaiuto– rievoca le feste: utilizzo della macchina da presa sublime, meriterebbe una masterclass nelle scuole di cinematografia.

Bellissimo il finale, certi che «la vita non è mai nelle nostre stanze», la luce toglie il respiro e le strade, conserveranno il rumore dei nostri passi.

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