Sanremo 2018: tutto è bene ciò che finisce bene!

Ho un mal di testa cane, il naso rosso e gocciolante per la ricaduta dell’influenza che mi sono beccata, insomma non sono proprio l’immagine della salute in questo momento, ma sono felice. Felice come quando abbiamo vinto i mondiali: ebbro ed incontenibile.

Mi verrebbe da urlarlo a tutti, ma sono le tre passate del mattino! Potreste dirmi: “ma che ti comporti così, manco l’avessi scritta tu la canzone!”… eppure… eppure questo è stato un Festival molto particolare. Per la prima volta in concorso abbiamo avuto sul serio dei testi super validi (il livello si è innalzato vertiginosamente) e finalmente la musica è ritornata ad essere il fulcro di tutto.

Lo si è visto anche nella serata dei duetti: la stragrande maggioranza dei testi in gara, ha brillato di luce propria sempre più intensamente. Ho adorato Passame er sale di Barbarossa per la sua intensità; Custodire di Renzo Rubino e la sua infinita tenerezza; Almeno Pensami di Dalla interpretata da Ron che ogni sera mi ha fatto venire la pelle d’oca; ho apprezzato Eterno di Caccamo, che finalmente ha tolto fuori la voce liberandosi e poi sono stata ipnotizzata da Gazzè e da Vanoni-Bungaro-Pacifico per l’eleganza nell’affrontare e presentare le loro La leggenda di Cristalda e Pizzomunno ed Imparare ad amarsi. Ma sui vincitori… beh, sono assolutamente di parte!

La prima sera sono stati grintosi e delicati esattamente come Non mi avete fatto niente richiede. Poi l’ingiustizia. Ero davvero incavolata con chi li accusava per qualcosa che non avevano fatto, tant’è che per le tre sere successive, non ho recensito il Festival. Non ce la facevo. Stavo male e questa volta non per l’influenza.

Da Sceneggiatore e da Autore, posso dirvi che non esiste nulla di peggio che sentirsi dire: “hai copiato”. Noi autori stiamo sempre lì a smussare, a levigare, finché tutto non combacia perfettamente. Possiamo scrivere di getto o intestardirci su un unico termine anche per settimane intere. Una canzone, così come un racconto o una sceneggiatura, la curiamo come un figlio. Ce ne prendiamo cura, affinché possa affacciarsi al mondo in salute e possa essere fiera di se stessa.

E i due autori, anzi tre – Ermal Meta, Fabrizio Moro, Andrea Febo – hanno scritto tante di quelle canzoni che nemmeno potete immaginare, chissà magari le cantate anche senza saperlo e a dirla proprio tutta, un torto così grande sarebbe stato un’ingiustizia bella e buona. E la gente -la maggioranza per fortuna- questo lo ha capito.

Sui social è successa una cosa bellissima: non solo i sostenitori di Fabrizio e la WolfCity di Ermal si sono uniti per sostenere i loro beniamini, ma veder messaggi di supporto anche da altre nazioni, è la cosa che rende più orgogliosi e fieri. E questo capita non solo perché -come si dice- la musica unisce, ma succede ciò quando sei in grado di far volare l’anima e le persone, la loro anima, l’hanno vista per quello che è: sincera.

Non sottovalutiamo poi Non mi avete fatto niente: è un grido che accomuna e ti lacera dentro, ma ti da anche la forza di andare avanti e il messaggio è arrivato forte e chiaro! Auguro a questa canzone un cammino lunghissimo, che attraversi Lisbona e vada anche oltre. Se lo merita/meritano proprio!

Devo aprire una parentesi su Pierfrancesco Favino: immenso nell’interpretare un brano tratto da La notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès: ho pianto! Molti politici dovrebbero ascoltarlo bene quel monologo, ma mi domando se sarebbero davvero in grado di capirlo sul serio, sino in fondo…

Ecco perché sono così felice: perché hanno vinto i cantautori; perché ha trionfato la musica; perché mi sono sentita parte di un gruppo; perché quando la pelle vibra, il nostro corpo ha già capito tutto, il nostro corpo è molto più saggio di noi e i corpi che vibrano assieme si riconoscono sempre. Quindi, tutto è bene ciò che finisce bene, per fortuna… al prossimo anno!

NO COMMENTS

Lascia un Commento: